I doppi standard morali ed emotivi ostacolano la cooperazione e causano crisi umanitarie. Basata sul libro “Empatia selettiva”, questa presentazione spiega come la manifestazione diseguale della solidarietà verso alcune vittime di guerra metta in discussione l’universalità dei valori che la comunità internazionale afferma di sostenere. Il genocidio a Gaza, in particolare, è diventato una cartina tornasole e un punto cieco morale per l’Occidente. Ha rivelato una comunità internazionale che fornisce supporto e impone sanzioni in base a interessi geopolitici e pregiudizi culturali, creando una gerarchia della sofferenza in cui alcune vittime sono considerate più meritevoli di compassione rispetto ad altre. Questa crisi di empatia selettiva, per cui la compassione viene estesa ad alcune vite mentre negata ad altre, mina la credibilità della comunità internazionale come custode di valori universali.
In un momento in cui la cooperazione internazionale, l’uguaglianza e la solidarietà non sono semplicemente valori essenziali, ma esistenziali, il divario morale ed emotivo tra l’Occidente e il resto del mondo è particolarmente preoccupante. L’umanità non è mai stata così vicina alla catastrofe. Il “Doomsday Clock” del Bulletin of Atomic Scientists segna ora solo 85 secondi alla mezzanotte. Inizialmente impostato a sette minuti alla mezzanotte nel 1947, riflette oggi un mondo in bilico sull’orlo dell’abisso, principalmente a causa del rischio di guerra nucleare.
Attingendo a contributi della psicologia, della biologia evoluzionistica e della filosofia morale, questa presentazione esplora la natura umana. Siamo irrimediabilmente vincolati da istinti tribali, oppure possiamo sviluppare un’empatia che trascenda i confini? È possibile una trasformazione della coscienza e dell’identità basata su compassione e solidarietà universali? È realistico immaginare un mondo senza stranieri e nemici, in cui tutti possano identificarsi con l’intera umanità?
“Empatia selettiva” mette in discussione le narrazioni dominanti e invita a una nuova solidarietà fondata sull’empatia universale, sulla giustizia sociale e sulla decolonizzazione emotiva. Evidenziando atti di solidarietà, resistenza e compassione globale, il libro ci invita a riconsiderare le relazioni tra nazioni e individui, favorendo un’etica cosmopolita che afferma il valore uguale di ogni vita umana. In un’epoca in cui i “venti di guerra” influenzano le politiche nazionali e internazionali, un’identità che trascende bandiere e appartenenze tribali può offrire ispirazione morale, un barlume di immaginazione “oltre i confini” e la possibilità di un cambiamento psico-politico collettivo verso un umanitarismo più profondo e diffuso.
Nel mio libro The Instruction of Imagination (OUP, 2015), propongo una nuova caratterizzazione generale del linguaggio come uno strumento socialmente costruito, progettato dall’evoluzione culturale per permettere ai parlanti di colmare i divari esperienziali tra loro e i loro ascoltatori — istruendo l’immaginazione di questi ultimi.
Questa visione della funzione del linguaggio consente una comprensione profonda delle dinamiche complesse coinvolte nella comunicazione linguistica. I parlanti attraversano due processi di traduzione mentale prima di pronunciare una frase. Innanzitutto, traducono i loro significati privati, legati all’esperienza, in significati linguistici sociali.
Successivamente, traducono il significato linguistico in forma linguistica, che viene infine espressa. Gli ascoltatori ricevono la forma linguistica, la traducono in significato linguistico e poi usano questo significato come un codice che li guida nel processo di costruzione di un’esperienza immaginata, dentro la loro mente, che — se tutto funziona correttamente — dovrebbe dare loro una buona idea di ciò che i parlanti avevano in mente.
Nella conversazione ordinaria, dove il divario esperienziale non è troppo ampio e il tema non è troppo serio, tutto questo avviene senza sforzo. Ciò testimonia il fatto che, attraverso l’evoluzione, ci siamo adattati alle esigenze dell’istruzione dell’immaginazione.
Quando il divario è molto ampio e il tema molto serio, il processo diventa una sfida difficile. Colmare la distanza con una persona che sta vivendo una crisi emotiva e dialogare con essa in modo utile può essere una delle sfide più estreme. Per la persona in difficoltà, le parole spesso non rappresentano più le esperienze; il divario tra le persone è molto ampio; c’è molta diffidenza e molto altro ancora. Lo sforzo per affrontare questa sfida può basarsi solo sulla capacità di ascoltare la persona al di là delle parole — di vedere la persona dietro il divario — e ciò non è possibile senza empatia, sensibilità ed esperienza.
Tutto questo chiarisce la differenza tra parlare con un essere umano e parlare con un agente di IA. Gli agenti di IA non sono entità esperienziali. Non vanno oltre le parole. In realtà, non vanno oltre le forme delle parole: eseguono analisi statistiche delle relazioni tra le forme nelle loro memorie pre-addestrate e producono le loro frasi sulla base della previsione della parola successiva. Le frasi risultano significative perché le forme presenti nel database sono state originariamente espresse con un significato, ma le frasi dell’IA, in quanto tali, si limitano a imitare il significato: non c’è nulla dietro di esse. Né potrebbe esserci, senza esperienza. Questo è sufficiente (e spesso eccellente) per molti scopi pratici, ma le chiamate di emergenza sono esattamente il tipo di conversazione da cui gli agenti di IA dovrebbero essere esclusi.
Roberto De Vogli
Daniel Dor